La crisi economica e l’urgenza di cambiare i riferimenti teorici

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Di solito dagli economisti si attendono risposte semplici e pragmatiche e che, possibilmente, consentano di risolvere i problemi in tempi brevi. Se questo è sempre vero, lo diventa ancora di più in tempi di crisi come quelli che viviamo, ormai ininterrottamente, da quasi cinque anni, con l’urgenza di ridare lavoro a chi l’ha perso e di rispondere velocemente alle tante emergenze sociali che sono, o dovrebbero essere, la priorità sia di chi deve disegnare politiche sia di chi le deve attuare.  La necessità di ricercare politiche buone “subito” fa sì che troppo spesso (se non sempre) le teorie di riferimento alle quali i nostri decisori politici guardano rimangano sempre le stesse. E’ facile, insomma, ricadere nella vecchia logica “mercato/Stato”. Da un lato, i fautori del mercato, per i quali quest’ultimo è in grado di creare e ridistribuire ricchezza meglio di qualsiasi altra istituzione; dall’altro lo Stato, che salva dai fallimenti del mercato. Nel frattempo, copiosa e dimenticata è diventata la letteratura economica che ci spiega dei fallimenti sia del mercato sia dello Stato.

Cosa fare allora? Come risolvere disoccupazione ed emergenze sociali? Prendendo atto, innanzitutto, del fallimento dei paradigmi mainstream: non solo di quello attualmente dominante, ma anche di quello che dominante lo è stato per circa cinquanta anni. Il loro fallimento è evidente, innanzitutto, nell’incapacità di lettura della complessità del mondo attuale, di dare risposte nuove a problemi nuovi, piuttosto che risposte vecchie a problemi nuovi.

Ma allora da dove ripartire? Come uscire dalla crisi? Con un nuovo paradigma di sviluppo, un paradigma che sia realmente nuovo e in grado di leggere il mondo del quale sarà figlio.

Mi chiedete quale? Non ne ho idea (altrimenti sarei il nuovo Keynes o, ancor peggio, penserei di esserlo) ma una cosa mi è chiara: i due paradigmi che hanno influenzato le politiche degli ultimi ottanta anni, pur con molte differenze, avevano in comune l’idea del prodotto come fine ultimo della crescita. La discontinuità deve partire da qui: centro delle politiche e loro obiettivo ultimo deve essere l’individuo  e la realizzazione del suo benessere.

Intendiamoci, mercato e Stato non sono esclusi dal dibattito, semplicemente non devono più rappresentare il centro dell’analisi.

Spunti costruttivi, per l’elaborazione del nuovo paradigma, possono derivare dai contributi teorici – solo per citarne alcuni – di Amartya Sen e Martha Nussbaum, sul capability approach, dal concetto di “sviluppo umano” dell’Agenzia dello Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) fino agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, con il concetto di “sviluppo umano integrale” presente sia nella Populorum Progressio di Paolo VI che nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI, piuttosto che da esperienze nuove come quella in corso in Ecuador del Buen Vivir. Modelli questi ultimi che non rappresentano certamente il graal dei paradigmi, ma che segnano la strada da seguire per individuare qualcosa di realmente nuovo, che sappia leggere un mondo diverso, indicando come obiettivo lo sviluppo piuttosto che la crescita.

Senza dimenticare, poi, che lavorare per individuare un nuovo paradigma, indipendentemente che lo si trovi o meno, aiuterà comunque a migliorare quelli mainstream.

 

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