L’ipocrisia sull’altro mondo

congo

La situazione è molto complessa in Repubblica Centrafricana. Dopo il colpo di stato, i militari “regolari” o sono scappati (soprattutto gli alti gradi) o sono qua, ma non sanno a chi devono obbedire. I “ribelli” Seleka (i vincitori) sono bande diverse di mercenari, che fanno quello che vogliono (l’impressione è che non rispondano a nessun comando superiore unico) e passano il tempo a ubriacarsi in centro città (tra l’altro, parlano solo arabo, in un Paese dove si parla sango o francese). Altri “ribelli”, che girano da anni facendo di professione i ladri, si fanno vedere soprattutto nei quartieri più densamente popolati. In più, diversa gente “comune” approfitta della mancanza di controllo per rubare, se non per fare di peggio. Insomma, benvenuti in Africa! Quasi tutte le comunità dei missionari sono stati “visitate” a più riprese da personaggi dei suddetti gruppi, che sotto la minaccia delle armi hanno razziato di tutto, dai soldi al gasolio alle auto (la più bella, il pickup dei carmelitani, nuovo di zecca). Varie delegazioni di missionari (sia padri sia suore) sono andate a parlare con i “capi” per fare presente che a forza di derubare non resterà più niente: niente ospedali, niente dispensari, niente scuole. “E se vi fate male? Poi chi vi cura? Lasciamo stare le scuole, che non vi piacciono perché fanno ragionare la gente. Ma le vostre ferite da pallottole dove andate a curarle?” hanno chiesto. E come risposta si son sentiti dire che i bianchi non li avrebbero toccati. Mah, crediamoci. Di fatto, a Gofo, una cittadina a nord-est di Bouar, l’intera comunità dei cappuccini è dovuta partire, lasciando tutto nelle mani dei nuovi arrivati Seleka. Minacciati e derubati, i cappuccini si sono sentiti dire che ormai quella è “terra di Allah”. E qui c’è un altro elemento inquietante da tenere presente: i Seleka sono musulmani e pare che lo ripetano spesso. Anche se poi, a Bouar, i commercianti musulmani pagano ai Seleka, a dispetto della comune religione, circa un milione di franchi al giorno di pizzo per non vedere i loro negozi saccheggiati e distrutti. Volendo fare per mezzo minuto una piccola analisi, sembra che questo affondamento nel nulla di un intero Paese, nell’indifferenza stra-generale, sia un bel paradigma del moderno corso mondiale. In Centrafrica, un qualsiasi compratore con valuta extra-africana può comprare tutto, ma proprio tutto: uranio, petrolio, diamanti, metalli vari, legname, terra, prodotti, regioni intere, e cariche politico-amministrative di tutti i tipi. E ci può anche portare e scaricare tutti i rifiuti tossici che nessuno vuole, indisturbatamente. Ricordo che un paio di anni fa ho visto con i miei occhi una ruspa-benna enorme, di quelle che scavano e sollevano pesi giganteschi, abbandonata in mezzo alla brousse, a 70 km dalla città, in un punto che si raggiunge solo da piste accidentate: così, lasciata lì, chissà dopo avere fatto quale lavoro, e quanto remunerativo, per poi non curarsi di un mezzo industriale di quella portata e valore. Allora, un Paese così non è comodo che resti un bella terra di nessuno ancora un po’? Perché sporcarsi le mani per mettersi in mezzo a una guerriglia di mercenari ciadiani, sudanesi, ugandesi, con in più la complicazione dell’eventuale estremismo islamico, prendendo qualche provvedimento serio, a livello internazionale, per poi rischiare che il Paese diventi un po’ meno “aperto” agli acquirenti esterni? Lasciamo perdere. Intanto stiamo qua. Ci siamo detti che fintanto che riusciamo a lavorare ci stiamo. Se poi verrà un momento in cui non potremo più neanche lavorare in pace, ce ne andremo (ma sarebbe una bella delusione).

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