La ditta ha chiuso

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Il rischio per Renzi, adesso, è di ritrovarsi senza più un partito. Una beffa, per uno che aveva sempre detto di non volersene andare dalla casa democratica: ora rischia di prenderne finalmente possesso ritrovandosi, però, solo con macerie. Non si tratta più ormai di evitare la scissione: il Pd che è andato in scena in questi giorni è la rappresentazione di una guerra tra bande che ha preso inesorabilmente la direzione della dissoluzione. Non due anime, ma chissà quante, hanno convissuto forzatamente sotto un unico tetto solo per il dispetto delle une di non lasciarlo alle altre.

La diversità di vedute è fisiologica in un partito pluralistico, ma nel Pd ha assunto la connotazione della rigida difesa di rendite di posizioni pregresse conquistate nei rispettivi partiti di provenienza, Ds e Margherita.

Le spaccature sono diventate evidenti quasi subito, almeno dagli inizi del 2009 con le dimissioni di Veltroni dalla segreteria del partito, ma dall’autunno del 2012, con le primarie tra Renzi e Bersani, hanno decisamente accelerato.

A questo punto dello scontro la ricomposizione non è più possibile né augurabile: se anche tentata e per miracolo ottenuta, rappresenterebbe la semplice ingessatura di una gamba che dentro è rimasta spezzata in mille frammenti. Meglio allora evitare melodrammi, prendere lucidamente atto di quanto successo e riprendere faticosamente il cammino di una ricostruzione sotto altre insegne. La ditta ha chiuso e riaprirà quanto prima.

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