I dati economici che mancano nel dibattito italiano

Il “tecnico” uscente Monti, al di là della retorica della politica e del can can mediatico, si è trovato a dover fronteggiare un’enorme sfida. L’Italia nel 2012 aveva una valanga di titoli di debito pubblico da rifinanziare: ben 259,7 miliardi di euro, un valore quasi pari ad un quinto del PIL.

A fronte di questa impellente necessità, il nostro Paese sembrava aver perso la fiducia degli investitori, i quali erano disposti a prestare denaro allo Stato Italiano, solo in cambio di un elevato premio al rischio: lo spread del BTP decennale italiano sul Bund è arrivato al record di 531 punti base lo scorso 25 luglio. Il governo Monti ha cercato in tutti i modi di dimostrare al mondo l’affidabilità dell’Italia e le sue capacità di onorare i propri debiti. E questo è stato il grandissimo successo del precedente gabinetto: non solo il Paese è riuscito a collocare questa valanga di nuovi titoli sui mercati, ma – cosa che appariva incredibile anche solo sette mesi fa – lo spread si è quasi dimezzato. Il “conto” da pagare per questo successo, tuttavia, è stato pesante: il governo ha avviato una politica di austerità fiscale che ha ridotto i consumi e che, in un momento di crisi globale, non ha certamente aiutato l’Italia a risollevarsi. A causa della “stretta” ogni famiglia – in funzione del livello di reddito – ha calato i propri consumi tra i 600 e i 1800 euro all’anno e tale ribasso continuerà verosimilmente ancora per almeno un paio di anni. Moltiplicando questo numero per gli oltre 25 milioni di famiglie italiane, si ricava a spanne la riduzione di PIL che il nostro Paese deve affrontare. Questi pesanti sacrifici hanno consentito di tamponare il problema del debito pubblico: nel 2013 saranno necessari rifinanziamenti per 147,6 miliardi e poi, per un decennio, i rimborsi di debito saranno contenuti e potremo stare relativamente tranquilli.
È universalmente noto l’enorme ammontare del debito pubblico italiano (oltre 2 trilioni di euro), ma quello che più spaventa è la dimensione di questo in rapporto al PIL: oltre il 120%. Per diminuire questo preoccupante rapporto si può sicuramente ridurre il debito (il numeratore dell’equazione): questo passa attraverso le tasse. Il problema di un eccessivo carico fiscale, però, è che la riduzione della ricchezza delle famiglie, e pertanto dei loro consumi, porta ad una riduzione anche del denominatore (il PIL) e quindi si corre il rischio che con le sole tasse il rapporto si aggravi, anziché ridursi. Ed è quello che sta succedendo.

Da parecchio tempo l’Italia ha il più alto avanzo primario al mondo: al netto degli interessi lo Stato incassa molto più di quanto spende. In teoria il debito dovrebbe quindi ridursi. In pratica, però, questo non avviene, perché gli oneri finanziari sul debito pregresso sono elevati.

Includendo nel conto gli ultimi collocamenti di titoli di Stato – ottenuti con tassi oggettivamente eccellenti – l’Italia paga mediamente un interesse del 3,312% (dato calcolato al 31/1/2013). Questo significa che il nostro Paese, solo di interessi deve spendere, per il suo debito di 2 trilioni, ben 66,25 miliardi di euro all’anno, sempre che le condizioni dello spread non peggiorino e che il debito non aumenti. La manovra “lacrime e sangue” proposta dal governo Monti il 4 dicembre 2011 comporta un aumento della pressione fiscale di 30 miliardi in tre anni; nemmeno la metà degli interessi sul debito di un solo anno. Dovrebbe apparire evidente, quindi, che la soluzione del problema debitorio italiano non possa essere raggiunta con l’aumento della fiscalità. La Banca d’Italia ci ricorda che la pressione fiscale media è del 45,3%.

La soluzione al problema debitorio, richiede che la classe politica sia in grado di “tagliare” le uscite. Il governo precedente ha svolto un ottimo lavoro nel far calare lo spread e parzialmente nel ridurre  la spesa per le pensioni (rimandandola però ad un futuro abbastanza lontano). Il nuovo governo dovrà trovare la forza e, soprattutto, il consenso per alleggerire le prestazioni pubbliche.

Lo Stato rappresenta il 51% del PIL italiano, un valore molto alto paragonato ad esempio al 46/47% tedesco e persino a quello della disastrata Spagna (45%).

Ma quali sono i capitoli di spesa che possono essere ridotti, senza pregiudicare troppo la possibilità per l’Italia di uscire dalla crisi?

Guardando con l’occhio asettico degli economisti e senza lasciarsi influenzare da ideologie e analisi politiche – peraltro assolutamente importanti – il maggiore “buco nero” della nostra Penisola sono le pensioni. Questo comparto assorbe il 16% del PIL e con l’invecchiare della popolazione e la riduzione della forza lavoro – sia per motivi demografici, sia per l’incremento della disoccupazione – questa voragine rischia di ingrandirsi. I paesi sviluppati dell’OECD destinano alle pensioni in media il 7% del PIL; in Europa solo la Francia si avvicina ai nostri numeri, seppure con un molto più limitato 12,5%. Per essere sinceri, oltretutto, dobbiamo riconoscere che il sistema pensionistico italiano non solo è costoso, ma è anche molto poco egualitario: eccessivamente generoso con alcune categorie sociali (pensiamo anche solo alle cosiddette “baby pensioni”) e particolarmente avaro con altre. Inutile sottolineare che qui i margini di correzione, attuabili da una classe politica onesta e motivata al bene del Paese, sono enormi.

L’istruzione, già colpita da tagli in passato, ha un peso sul PIL del 4,7%, simile a quello degli altri Paesi europei (Francia 5,6%; Germania 4,4%); da un punto di vista di mera efficienza finanziaria solitamente non è considerata una buona idea ridurre il livello di istruzione in un sistema economico, poiché questo ha ripercussioni negative sullo sviluppo tecnologico e produttivo, e mette a rischio crescita e competitività.

L’Italia spende in sanità il 6,6%, un po’ più della media OECD (5,8%), ma molto meno ad esempio della Germania (7,8%). Forse, anche in questo caso, sarebbe meglio “usare le forbici” con mano leggera sui costi, anche perché la sanità italiana è considerata per qualità e universalità la seconda migliore al mondo (dopo la Francia, che però spende il 7,5% del suo PIL). Più che di riduzione della spesa, in questo caso si spera che il nuovo governo sappia razionalizzare l’utilizzo del denaro pubblico. Come detto la spesa media è pari al 6,6% del PIL, ma alcune regioni (Piemonte, Lazio, Calabria, Molise e Abruzzo) hanno costi pari all’8%, mentre qualche regione virtuosa riesce a fornire validi servizi con una spesa del 5% del PIL. Inoltre non dimentichiamo che sette regioni sono commissariate ormai da molto tempo per aver sfondato i tetti massimi di spesa.

Anche la giustizia italiana ha un costo non dissimile da quello degli altri Stati sviluppati. In questo settore, tuttavia, il problema non è la spesa, ma l’efficienza. Un procedimento civile tedesco dura in media 117 giorni, mentre in Italia l’attesa è di 480 giorni. Al di là degli indubbi problemi sociali, che non ci permettiamo di affrontare, tutto questo si traduce in una serie di problematiche per cittadini ed aziende che si possono facilmente “tradurre” in perdite denominate in euro. La situazione è ancora più preoccupante se consideriamo che questi 480 giorni sono calcolati a livello nazionale: i tempi nei tribunali del Sud sono in media di 590 giorni.

La riduzione della spesa pubblica potrebbe avere degli effetti sulla riduzione del personale impiegato, con conseguenti tensioni sociali, soprattutto in un’epoca storica come l’attuale in cui il problema della disoccupazione è molto sentito. L’utilizzo della tecnologia, che sembra essere lontanissima da alcuni ambiti della burocrazia in cui sono ancora in funzione metodi lavorativi ottocenteschi, consentirebbe probabilmente di allocare personale in eccesso su aree poco presidiate dallo Stato, quali ad esempio le infrastrutture, con un netto beneficio per le aziende e le attività produttive. Anche la razionalizzazione della presenza dello Stato sul territorio porterebbe benefici e risparmi.  Quasi un occupato italiano su due è impiegato nel pubblico; i dipendenti statali, però sono numericamente equidistribuiti sul territorio nazionale: un terzo al Nord, un terzo al Centro e un terzo al Sud. La cosa è altamente inefficiente, anche solo per il fatto che la richiesta di servizi pubblici è diversa nelle varie zone d’Italia: basti pensare che il 43% della popolazione risiede al Nord e quindi ha un numero di dipendenti statali “pro capite” che è quasi la metà di quella al Sud.

Nel 1995 il Belgio aveva un debito su PIL pari al 120%, mentre l’Italia del 118%. Oggi il debito del Belgio è calato al 96%, mentre il nostro ha superato il 120%. E questo senza considerare che l’Italia è molto più ricca, ha un mercato interno più vasto, risorse molto maggiori (un esempio per tutti sono i 7458 km di coste, valorizzabili turisticamente, commercialmente, industrialmente, ecc., esattamente cento volte tanto quelle belghe).

Non dimentichiamoci un piccolo particolare: in quel periodo il Belgio, per quasi due anni, non ha nemmeno avuto un governo.

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