Verso il voto, il centrodestra e il leader che non c’è

A poco più di due mesi dal voto la politica italiana versa in uno stato di preoccupante fluidità. E’ in particolare il centrodestra a navigare nella totale incertezza, ancora in attesa di decisioni definitive su quali saranno le alleanze, i programmi e, soprattutto, il (o i) leader. Nel centrosinistra infatti la situazione è molto più chiara: Pierluigi Bersani ha vinto le primarie e sarà il leader di una coalizione fra Pd e Sel (con la possibile aggiunta di una lista Tabacci, avente l’obiettivo di strappare qualche voto cattolico a Casini). La sfida delle primarie fra Bersani e  Renzi ha catturato l’attenzione mediatica per settimane, facendo schizzare il Pd nelle intenzioni di voto fino al 38% dei consensi, percentuale mai ottenuta dal partito, neppure dal primo Pd di Veltroni, che si fermò al 33,2%. Giorno dopo giorno la sinistra cresceva nei sondaggi, approfittando dell’immobilismo del centro-destra, diviso tra l’area centrista (dall’Udc a Fli, da Italia Futura a Fermare il Declino, da Confindustria al Vaticano), in perenne attesa del “Godot” Monti e il Pdl che si contorceva nell’amletico dubbio sull’opportunità di fare le primarie.

Paradossalmente proprio la conclusione delle primarie del centrosinistra, che segnavano l’apoteosi del Pd e lanciavano Bersani verso Palazzo Chigi, hanno messo in movimento l’area moderata. Berlusconi, come sempre, ha giocato d’anticipo, togliendo l’appoggio al governo Monti, liquidando le primarie, esautorando Alfano e rilanciandosi come candidato premier in alleanza con la Lega, dopo aver offerto a Maroni il sostegno alla sua candidatura alla Presidenza della Lombardia. Ma sono bastati pochi giorni per capire che la mossa del Cavaliere era stata avventata. Dopo l’annuncio della “ridiscesa in campo” non c’è stato l’atteso balzo nei sondaggi del Pdl,  sempre fermo attorno al 15-16%; lo spread invece è tornato a salire, così come i timori dei mercati per l’instabilità politica italiana nel dopo Monti. A ciò deve aggiungersi la netta chiusura all’ipotesi di un ritorno di Berlusconi alla guida del paese manifestata dagli ambienti internazionali, e dalla Germania in particolare. In patria, poi, la reazione non è stata quella attesa dal Cavaliere: la CEI, per bocca del Cardinale Bagnasco, ha espresso il proprio esplicito sostegno a Monti, ma soprattutto la Lega ha rifiutato l’alleanza se Berlusconi sarà ancora il candidato premier.

E così a poco più di due mesi dal voto, ma ad appena 30 giorni dalla scadenza della presentazione delle liste, il fronte moderato è un puzzle irrisolto. L’ultima giravolta del Cavaliere sembra prevedere un suo passo indietro in favore di Monti, ma intanto il Pdl si sta smembrando in tanti piccoli gruppi: gli ex An La Russa e Gasparri stanno per creare la lista “Centrodestra nazionale” e sono ostili all’appoggio a Monti, mentre la componente filo-montiana di “Italia popolare”, capeggiata dal capo-delegazione Pdl al Parlamento europeo Mario Mauro e dall’ex ministro Frattini sta per celebrare la sua convention. E poi ci sono gli ex candidati alle primarie Crosetto, Meloni e Cattaneo che organizzano un manifestazione comune, “Le primarie delle idee”.

In questo scenario di confusionaria frammentazione nell’area moderata niente sembra impedire la vittoria della coalizione Pd-Sel alla Camera e, allo stato attuale, anche al Senato. Le simulazioni effettuate dal Cise, il centro diretto dal Professor D’Alimonte, mettono in luce il fatto che il centrosinistra non è certo della vittoria solo in tre regioni: Lombardia, Veneto e Sicilia. Perdere anche solo la Lombardia, che assegna 47 seggi di cui 26 alla coalizione vincente (e 21 ai perdenti, da dividere tra le liste che superano la soglia dell’8%) farebbe precipitare la coalizione progressista attorno ai 158 seggi, lo stesso numero di senatori conquistati dall’Unione di Prodi nel 2006. E sappiamo com’è andata a finire. Eppure anche l’ipotesi di sconfitta in Lombardia non sembra attuale, anche solo per una mera questione di numeri. Dal momento che la coalizione Pd-Sel difficilmente scenderà sotto il 35% e il Movimento 5 Stelle non sembra poter ottenere meno del 15% dei voti, rimane da distribuire circa il 50% dell’elettorato votante. Una piccola porzione, attorno al 5%, si rivolgerà alla variegata area che si muove alla sinistra di Pd e Sel: l’Idv, Federazione della Sinistra, il Movimento arancione di De Magistris e Ingroia. Per vincere in Lombardia dunque l’area montiana dovrebbe raccogliere almeno il 35% del restante 45% dei voti. Ma considerando che la Lega non è coalizzabile in un’aggregazione moderata con Monti candidato premier, dal momento che lo ha aspramente contestato in Parlamento nel corso dell’ultimo anno, la vittoria  dello schieramento di centro-destra anche solo in Lombardia appare impossibile. La Lega di Maroni, infatti, con questo tipo di configurazione sistemica (sfida tra sinistra e moderati con Monti) ha le porte spalancate per sfondare di nuovo nel Nord est tra le partite IVA strozzate dalla crisi e dalle tasse, ostili a Monti ma anche alla sinistra e semmai al momento attratte dalla protesta grillina. Con questa configurazione pensare che la Lega non raccolga più del 10% dei voti in Lombardia (ma lo stesso discorso vale per il Veneto) è una pura utopia. Lo schieramento montiano potrebbe vincere in Sicilia, in cui a fine ottobre il Pd ha conquistato la Regione, ma solo in alleanza con l’Udc. Una ricomposizione dell’area centrista, con Udc, Mpa e pezzi del Pdl dovrebbe farcela a sconfiggere la sinistra, da sempre debole nell’Isola. Ma la Sicilia da sola non basterebbe a togliere a Bersani una solida maggioranza al Senato.

Non solo, ma le caratteristiche della legge elettorale del Senato potrebbero trasformare la sconfitta in una vera e propria disfatta per l’area montiana. La legge Calderoli prevede infatti uno sbarramento su base regionale dell’8% per i partiti non coalizzati e del 20% per le coalizioni. Ora è evidente che né l’Udc, in calo nei sondaggi, né tantomeno Fli e la lista di Montezemolo riuscirebbero ad ottenere l’8% in molte regioni presentandosi con liste separate. Ed anche con pezzi di Pdl in loro sostegno, la soglia del 20% come coalizione (tutta da costruire, a meno di un mese dalla presentazione delle liste) sarebbe un traguardo difficile da raggiungere. La soluzione sarebbe la presentazione di una lista unica, ma sembra difficile mettere insieme così tante anime in un unico contenitore, e in così poco tempo.

E’ per questo che il rischio vero per l’area moderata è la scomparsa, soprattutto nel Nord del paese, in cui Lega e Movimento 5 Stelle, che invece dovrebbero superare abbastanza agilmente l’8% in tutte le regioni settentrionali, rimarrebbero da soli a spartirsi la quota di seggi destinati alle opposizioni, mentre il centrosinistra otterrebbe parecchi seggi in sovrappiù rispetto al semplice premio nelle regioni rosse.

In politica il tempo è tutto, e il centro-destra sembra averne perso troppo.

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