Ombre e luci del governo tecnico, un anno dopo

Un bollettino di guerra: così suonano sinistramente i numeri che i media, in questo periodo, bombardano sui cittadini, a conferma, in verità, di quanto già sanno. Quei numeri, infatti, parlano di loro, i cittadini, certificando beffardamente l’impoverimento che ogni giorno sperimentano sulla propria pelle.

L’elenco fa paura: Pil in diminuzione, crollo dei consumi, aumento senza precedenti della disoccupazione, soprattutto giovanile, imposizione fiscale ai massimi storici. Schizzano debito pubblico e spesa pubblica. Le banche sono soffocate da crediti a rischio contenzioso, le piccole imprese non hanno accesso al credito, le famiglie non riescono a pagare i mutui: una situazione esplosiva anche dal punto di vista sociale.

Se questo è il quadro del Paese un anno dopo, occorre dire con chiarezza che il governo tecnico ha fallito. Almeno rispetto al programma che esso stesso si era dato: rigore, equità e crescita. Non serve schierarsi in Montiani e NonMontiani: serve leggere i fatti con la massima obiettività. Il resto è solo opportunismo pre-elettorale, che non riguarda chi ha a cuore il Paese.

Sul rigore il governo Monti ha fatto molto, chiamando gli Italiani a pagare un prezzo pesantissimo. E loro lo hanno pagato in silenzio, contando che lo sprint mostrato dai tecnici nei primi mesi sarebbe stato impiegato, nel tempo, anche per equità e crescita. Non è stato così.

Il tempo c’era, ma è mancato anche solo l’avvio di un’azione pensata per ricostruire la speranza di un intero Paese.  E con essa la sua fisionomia.

Il governo ha le sue ragioni nel sostenere di non aver potuto fare tutto quello che avrebbe voluto: sia per le forti pressioni subite da più parti, sia per gli ostacoli che gli sono stati frapposti dalla sua stessa maggioranza parlamentare, sia per l’esiguità del tempo a disposizione.

Queste motivazioni possono servire per capire, ma non bastano per giustificare.

Innanzitutto, perché il dibattito parlamentare non è una iattura italiana, ma l’antidoto universale alla democrazia di ogni Paese moderno. Qualunque Esecutivo, perciò, per quanto tecnico, deve imparare a farci i conti. Limitarsi a contrapporre l’efficienza decisionista dell’esperto ai riti complessi del politico rende sicuramente l’idea della frustrazione provata da questo governo, ma al contempo ne rivela una inadeguatezza di fondo: quella di non aver imparato a trasformare la competenza in capacità politica, che è, poi, quello che viene richiesto ad ogni Governo.

In secondo luogo, perché questo Esecutivo aveva a suo vantaggio un’arma potentissima: la minaccia di dimissioni, che i primi mesi sarebbe stata davvero efficacissima. Con essa avrebbe potuto far passare, se non tutte, molte delle misure che ora dice non aver potuto varare.

Certo, Monti ha fatto moltissimo per evitare il baratro e gli siamo tutti riconoscenti per aver preso in mano una situazione disperata. Questo è un punto fermo, indiscutibile.

Tuttavia, non può cancellare una responsabilità: non tanto di aver fatto solo una parte del lavoro, quanto di averne scaricato i costi sulla parte più debole della popolazione, lacerando così una pace sociale già fragile che non sarà facile ricomporre.

L’esperienza del governo tecnico è servita quantomeno a dimostrare  quanto ci sia bisogno, in Italia, di una classe di governanti capaci e, al contempo, con una visione politica. Non basta l’esperto, come non basta il politico puro: governare richiede entrambe le doti, in una capacità di sintesi acquisita con il tempo e l’esperienza. Nel 2013 non si può non ripartire da questo dato.

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