Il Governo e le norme dimenticate

 

Altri meglio di me potranno argomentare le poche tesi che ho già avuto modo di esprimere su queste pagine.

Ma, in assenza di alcuna minima confutazione di esse, mi permetto di muovere ancora da esse per fare delle considerazioni sul carattere prettamente conservatore degli indirizzi politici dell’attuale Governo.

Ho mostrato come l’ISTAT abbia disonestamente coperto il rincaro di almeno l’80% di un prodotto alimentare preso ad esempio (carne bovina) nel cambio di moneta. A ciò ho potuto aggiungere, in base alla mia esperienza diretta di semplice consumatore, come in quei pochi mesi del 2002 il tasso di inflazione reale sia stato del 93,63%. Ho chiarito come questo raddoppio dei prezzi al consumo si sia riverberato in un dimezzamento del valore reale della retribuzione del lavoro dipendente, e quindi in un dimezzamento del complessivo costo del lavoro per i datori di lavoro. Ho mostrato come, parlando di imposte dirette, quasi il 70% degli introiti all’Erario provenga dal suddetto lavoro dipendente. Ho evidenziato i veri costi che la nostra società medievale sopporta per la presenza delle esose corporazioni dei mestieri e delle professioni autonome. Ho evidenziato come sarebbe possibile svincolare la vendita di titoli di Stato dalla loro rinegoziazione nel mercato secondario. Cosa fa il Governo? Nulla nella direzione del riportare gli stipendi ai livelli del dicembre 2001. Nulla nella direzione di introdurre un accertamento automatico della base imponibile per tutti i lavori, le professioni e le attività imprenditoriali.

Nulla nella direzione di una regolamentazione e liberalizzazione delle esose corporazioni (chiaramente non mi riferisco ai taxisti). Nulla per affrancarsi dalla necessità di continuare ad alimentare il debito con altro debito. Nulla per liberarsi dall’assai inopportuno e non democratico controllo delle società internazionali di consulenza per gli investitori mobiliari.

Il Governo, invece, propina le tesi che le imprese nazionali, nel mercato interno ed internazionale, non sono concorrenziali per l’alto costo del lavoro;  che esse non assumono perché sono intimorite dalla presenza di una normativa che impedirebbe loro il licenziamento anche in caso di difficoltà economiche dell’impresa; che lo stesso timore colga le imprese estere che potrebbero investire in Italia. Sulla risibilità della prima affermazione non mi soffermo, ma la seconda merita di essere recisamente confutata affermando che giusta causa e giustificato motivo contengono anche il caso summenzionato, tale vaglio spettando al giudice del lavoro. La ragione vera della speciosa tesi è quindi solo quella di dare modo ai datori di lavoro di dichiarare tale condizione di difficoltà, senza il rischio che un organo terzo (quale un giudice specializzato) possa sbugiardarli e condannarli alla reintegra (resa assai residuale e sostituita in gran parte dalla indennità risarcitoria). L’obiettivo di tali correnti di pensiero non è semplicemente la cancellazione della caratteristica che sostanzia la differenza tra rapporto di lavoro a tempo determinato e rapporto a tempo indeterminato (quest’ultimo divenuto assai marginale con l’introduzione della flessibilità in entrata per merito dei governi D’Alema), bensì proprio la cancellazione di un bel pezzo dello stato di diritto. Se infatti è vero che la reintegra non è un istituto comune ad altri stati sociali di diritto, è altrettanto vero che nelle democrazie avanzate altri sono i livelli retributivi, altri i sistemi di cogestione dell’impresa e partecipazione agli aumenti di produttività ed ai meri utili, altri sono i meccanismi di ammortizzazione, ecc. In poche parole si toglie la reintegra, senza aver sostanzialmente alcunché nella direzione della tutela e della dignità del lavoro.

Continua…

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