Rating Pa

La progressiva diminuzione di risorse pubbliche ha reso indispensabile un loro utilizzo più attento e rigoroso in tutto il mondo e soprattutto in Italia per il suo altissimo debito pubblico. Tuttavia, il rigore, da solo, non può bastare, neppure in tempo di crisi. Occorrono altri strumenti, diversi da quelli tradizionali: questi, infatti, costringono le Amministrazioni virtuose a sacrifici al pari di quelle non virtuose, e la conseguenza è che i sacrifici finiscono per essere percepiti come iniqui, venendo ad incrinare il consenso di cittadini e amministratori verso lo Stato. Il rigore, dunque, deve accompagnarsi a meccanismi incentivanti, che sappiano premiare le Amministrazioni meritevoli e sanzionare quelle che non lo sono. Per farlo c’è bisogno di strumenti di valutazione e misurazione anche a livello qualitativo. A questa necessità risponde lo strumento creato da Fondazione Etica: il Rating Pubblico, un rating di sostenibilità delle Pubbliche Amministrazioni. L’idea è stata ispirata da quanto accaduto con la crisi economico-finanziaria internazionale degli ultimi anni: essa ha reso palese, da un lato, l’inaffidabilità di un certo modo di valutare sui mercati regolamentati i titoli finanziari e i loro emittenti (imprese quotate e Stati sovrani); dall’altro, la migliore tenuta dei cosiddetti Indici di Sostenibilità Esg (enviromental, social, governance). La maggiore efficacia di questi ultimi sta nella loro peculiarità: tener conto non solo della perfomance economica e finanziaria, ma anche di variabili qualitative e “etiche”, come la governace aziendale, l’impatto sociale e quello ambientale. Ci siamo chiesti se questo fosse possibile anche in ambito pubblico, e dopo diversi anni di studio e ricerca sul campo, abbiamo riscontrato che è non solo possibile ma, anzi, auspicabile. Le analisi soltanto quantitative, infatti, si sono rivelate tanto essenziali quanto insufficienti: il downgrade nel rating di una Regione o di un Comune è la spia di un problema, ma non l’indicazione di dove intervenire. Il legislatore lo ha capito da tempo: nel 2009, con la legge n. 15, rendendo obbligatorie per le P.A. la misurazione e la valutazione della performance; nel 2012, con la legge n.190 sulle politiche anticorruzione; nel 2013, con il decreto legislativo n. 33 sugli obblighi di trasparenza; nel 2014, con il decreto legislativo n.90 sulla trasparenza ed efficienza. Integrità e trasparenza sono i punti sollecitati più volte al nostro Paese anche dall’Unione Europea.

La valutazione qualitativa delle Amministrazioni Pubbliche, dunque, non è più solo un’opzione, oggi, ma qualcosa da fare subito in base a un obbligo normativo nazionale ed europeo talora ignoto anche agli addetti ai lavori e, perciò, in buona parte inadempiuto. Per essere efficace, la valutazione deve essere effettuata a prescindere dall’adesione del soggetto valutato e basarsi su una pluralità di fonti. In altri termini, la valutazione della performance deve essere esterna e indipendente, e servire non tanto alle P.A. ma a chi deve relazionarsi con esse, cioè ai suoi stakeholders: i cittadini/utenti, le imprese fornitrici, lo Stato finanziatore, le banche, la UE. Questo è ciò che fa il Rating di Sostenibilità per le P.A., che non intende intromettersi nella sfera di autonomia delle P.A. e nei loro sistemi di autodiagnosi, ma aggiungersi ad essi all’esterno. Attraverso l’analisi e la ponderazione di dati qualitativi oggettivizzabili, il Rating di Sostenibilità Pubblica valuta una P.A. nel suo complesso, anche disaggregandola per macroaree – quali la governance o il rapporto con i fornitori- e ponendola a confronto con le Amministrazioni della stessa tipologia. Il Rating Pubblico può essere uno dei contributi concreti per cominciare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, preoccupandosi non solo di “quanto” spende la P.A., ma anche di “come” e “per cosa”.

 
 

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